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Da quest'anno lo Stato consente ai contribuenti, in sede della propria dichiarazione fiscale, di donare il 5 per mille dell'imposta dovuta allo Stato, a favore delle associazioni di volontariato. E' sufficiente scrivere il numero di codice dell'associazione che si vuole sostenere nell'apposito riquadro dei modelli per la dichiarazione dei redditi (Modello unico 2006 - Modello 730/2006) L'Associazione « dieciagosto », che raccoglie aderenti in provincia di Cuneo e a Roma (presidente dell'Associazione è Celso Cavarero) e sostiene anche le nostre attività nella diocesi di Laï , è iscritta nell'elenco istituito dall'Agenzia delle entrate (disponibile sul sito web : www. agenziaentrate.gov.it). Il codice fiscale dell'Associazione è : 96071140048 Per maggiori chiarimenti scriveteci a questo stesso indirizzo e.mail oppure telefonate a Celso Cavarero, al n° 3398593408

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Questo è il blog dell'Hôpital S.Michel di Dono-Manga in Ciad.

L'ospedale ha bisogno di personale medico internazionale per funzionare e per formare gli operatori locali; ha bisogno di fondi per gestire la struttura e per acquistare le medicine necessarie; e ha soprattutto bisogno di ottenere una visibilità che gli garantisca una possibilità di sopravvivenza.
Nei post troverete dunque le esperienze,le problematiche e le aspettative di chi con questo ospedale ha collaborato, con la convinzione che il passaparola sia uno strumento fondamentale per la permanenza e la continuità di questa struttura e confidando che la loro comunicazione possa essere la miccia per innescare un processo di apertura verso una realtà umana poco conosciuta se non ignorata.

giovedì, 30 novembre 2006
ESPERIENZA DI LAVORO NELL’OSPEDALE A DONOMANGA-CHAD di Livio Colombo

Mi chiamo Livio Colombo, ho 35 anni sono un medico di Milano:  vi racconto la mia esperienza di lavoro durata in totale circa un mese presso l’ospedale di Dono-Manga. Ho cercato di riassumere quella che e’ la realta’ locale, i principali problemi sociosanitari ed i possibili progetti di intervento. Come e’ evidente ed ovvio, non dico nulla di speciale o di nuovo: sono realta’ e problematiche assolutamente identiche a mille o forse milioni di altre, ma proprio questo elemento sottolinea, se ce ne fosse ancora bisogno, che i problemi sono sempre gli stessi e che si e’ lontani dal risolverli. Sono pienamente d’accordo con Lorenzo (che saluto dalla nebbia): spogliarsi degli stereotipi sull’Africa, di tutti i luoghi comuni quindi aprire gli occhi, veramente.

Il paese di Dono-Manga e’ posto all’interno di un distretto in cui molte aree sono isolate in pratica per 5 mesi all’anno ed esistono solo poche strade praticabili di connessione con gli altri paesi/villaggi (nessuna asfaltata, tutte in terra con innumerevoli buche anche nella stagione secca); e’ molto raro trovare auto private, non esistono collegamenti con autobus pubblici in tutto il distretto, le biciclette sono poche, quindi gli unici mezzi di locomozione, a parte andare a piedi, risultano essere unicamente i carri trainati da bestiame.

Nel 2006 si e’ stimato, sebbene non esistano registri completi delle nascite e dei decessi, che nel distretto di Dono-Manga siano presenti circa 106450 persone, di cui il 58% di eta’ inferiore ai 20 anni. I  problemi sociali sono essenzialmente: la disoccupazione, l’alcolismo (in particolare durante la stagione secca quando le attivita’ lavorative sono ferme) e la mancanza di formazione professionale.

Le attivita’ economiche locali sono essenzialmente basate sull’agricoltura (in particolare miglio, arachidi, sesamo e cotone) ed in misura minore sull’allevamenti di bestiame. Per decreto governativo, ogni anno centinaia di tonnellata di miglio e di arachidi sono inviati verso le regioni del nord del Chad, creando quindi problemi seri di alimentazione durante la stagione delle piogge; si segnala inoltre il gravissimo periodo per quanto riguarda il commercio del cotone, ormai progressivamente deprezzato, che rende spesso molto lenti ed inferiori alle aspettative i pagamenti ai coltivatori. In generale, la rendita media degli abitanti del distretto di Dono-Manga e’ stimata intorno ai 70-90 dollari statunitensi/anno/pro capite.

Esistono diverse etnie, ognuna con un dialetto diverso, ma la parola piu’ bella e’ comunque “Laaaaale’!!!” te lo dicono, anzi te lo gridano tutti i bambini quando ti vedono, ti ricordi Lorenzo? Questa estrema diversita’ nella lingua, tra le maggiori nella area centroafricana, rende spesso difficile sia la diffusione di informazioni anche solo socio-sanitarie sia la comprensione reciproca (il francese e’ usato spesso come lingua comune, ma solo da una parte della popolazione), contribuendo pertanto alla situazione di notevole arretratezza nella coscienza civile delle popolazioni. Nel distretto sono presenti 32 scuole pubbliche, 38 scuole comunitarie; il tasso di scolarizzazione generale tra i giovani e’ pari al 33.4%  per quello che riguarda la scuola primaria, mentre e’ del 13.8% per quanto riguarda quella secondaria, non esistono invece scuole professionali.

La maggior parte delle abitazioni non è dotata di servizi igienici, motivo per cui la defecazione avviene all'aria aperta causando la consequenziale contaminazione frequente dell'acqua e degli alimenti con diffusione di malattie a trasmissione orofecale. Nella maggior parte dei casi, la popolazione si serve di acqua di pozzi non potabile, mentre nei mercati (che si svolgono in alcuni villaggi circa ogni settimana) gli alimenti non sono protetti contro gli insetti.

Il distretto di Donomanga e’ diviso in dieci zone (di cui otto funzionanti) con otto Centri di sanita’ (Centre Sante’ locale) in cui sono presenti ambulatori distanti tra 1 e 5 ore circa di auto dell’ospedale, in cui i pazienti vengono visitati da infermieri locali; nei centri viene svolta anche l’attivita’ di educazione sanitaria (specie per quanto riguarda l’utilizzo delle zanzariere e la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili) le campagne di vaccinazioni (morbillo, tetano e poliomielite in particolare), vengono effettuati esami di primo livello, in particolare i test rapidi della malaria e a volte rachicentesi esplorative per escludere o confermare una diagnosi di meningite batterica (il Ciad e’ all’interno della famigerata zona a piu’ alta frequenza, specie nei mesi tra marzo e maggio, di epidemie da meningococco). Inoltre vengono somministrate terapie sempre di primo livello (trattamento antimalarico, antibiotico in particolare amoxicillina e cotrimossazolo, antinfiammatorio in generale); nella maggior parte dei Centri, e’ presente una ostetrica professionale per i parti non complicati. In generale, se il paziente appare grave o se la patologia richiede valutazione medica/chirurgica piu’ o meno urgente, viene indirizzato all’ospedale del distretto, senza pero’ che possa essere possibile un trasporto a mezzo ambulanza, poiche’ non ne esistono.

In generale i problemi di salute che affligono la popolazione del distretto, sono in ordine decrescente:

1) tra 0 e 4 anni di eta’ malaria, infezioni respiratorie acute, diarrea dissenteria e morbillo

2) oltre i 5 anni malaria, la tosse oltre i 15 giorni, diarrea dissenteria e morbillo

Inoltre si segnalano casi annuali  di poliomelite, tetano neonatale, febbre gialla e meningite; nel 2003 erano stati segnalati diversi casi di colera proprio nella zona sud del Ciad, mentre dal 2004 non esistono dati.

Come evidente, non compaiono dati relativi alla infezione da HIV, tubercolosi ed epatite, in quanto nell’ospedale di Donomanga ed in tutti i centri di salute del distretto non e’ possibile al momento attuale eseguire gli accertamenti necessari per la diagnosi, ne’ tantomeno curare tali malattie. Gli unici ospedali dove e’ possibile eseguire tali accertamenti e praticare le cure, in particolare per l’HIV, sono a Goundi (ospedale gestito da padri gesuiti, presente da circa 30 anni ed ampiamente attivo) che da Donomanga dista in totale circa 2-4 ore in auto, a Doba’, a Moundu ed a Kelo’ che dista circa 6 ore.

Come tradizione locale, e’ praticata l’infibulazione a tutte le femmine in eta’ adolescenziale, indipendentemente dal credo religioso: la pratica e’ del tipo meno mutilante, ma comporta comunque sempre un rischio immediato di sanguinamento, successivi rischi di infezioni locali, di aumento delle infezioni sessualmente trasmissibili e di complicanze maggiori durante il parto.

L’ospedale di Dono-Manga e’ stato realizzato grazie alla azione dei padri comboniani e del vescovo di Lai (persone incredibili, e non sono frasi fatte, sono veramente incredibili: Marco e gli altri insieme al vescovo, alle suore e a laici come Rosanna hanno fatto e stanno facendo in maniera assolutamente silenziosa un lavoro splendido), presenti con una missione a Dono-Manga e a Lai (capoluogo della provincia): e’ stato iniziato a costruire nel 2003 ed inaugurato a marzo 2006. Attualmente presso tale ospedale sono attivi i reparti di medicina generale, chirurgia generale, pediatria e ginecologia; la sala operatoria prevede le urgenze ginecologiche (parti complicati) e gli interventi di chirurgia generale sia in elezione (in particolar modo ernie) e le urgenze non specialistiche (specie addome acuto, splenectomie post traumatiche, interventi oritopedici). Attualmente tutto il personale medico ed infermieristico, sia dell’ospedale che dei centri di salute, sono coinvolti nel programma statale antimalaria finanziato dall’OMS, che prevede la campagna di informazione alla popolazione, la consegna delle zanzariere, l’uso  di test rapidi per il plasmodium falciparum (paracheck) e dei reagenti per l’esame alla goccia spessa (per le altre specie di plasmodium) e la consegna dei farmaci attualmente considerati come ampiamente efficaci dal punto di vista costo/beneficio (artemether ed artesunato). Il programma e’ in svolgimento da circa 4-5 mesi e sta ottenendo ottimi risultati, sebbene nei casi di grave anemizzazione secondaria alla malaria, non sia sempre possibile eseguire emotrasfusioni, in quanto periodicamente non sono disponili le sacche per le emotrasfusioni.

Attivita' dell'ospedale di Dono-Manga tra agosto e ottobre 2006 (relativa ai numeri di ricoveri ospedalieri ed ai reparti)

 

Reparto/n.pazienti al mese

Agosto

Settembre

Ottobre

Pediatria

(eta' inferiore

A 5 anni)

43

34

43

Reparto di medicina

19

15

26

Reparto di chirurgia

1

1

4

Ginecologia

7

8

12

Totale pazienti

70

53

87

 

In totale 120 sui 210 pazienti totali, ovvero il 57%, sono stati bambini di eta' inferiore ai 5 anni. Le cause principali di ricovero sono stati in ordine decrescente: i casi di malaria semplice o complicata ovvero con interessamento neurologico/ insufficienza respiratoria/anemia severa (valutata clinicamente, poiche' il  laboratorio attualmente non ha ancora a disposizione i reattivi per l’emocromo), quindi la diarrea e le infezioni respiratorie. Tra gli adulti la prima causa di ricovero e’ stata ancora la malaria, quindi le infezioni intestinali e respiratorie. Nella maggior parte dei pazienti in eta' neonatale e pediatrica, sebbene non siano ancora disponibili dati, vengono segnalati dal personale infermieristico la presenza di segni gravi di malnutrizione (l’alimentazione, specie nei mesi piu’ caldi, e’ molto scarsa e la popolazione pediatrica e’ indubbiamente a maggior rischio).

Una segnalazione a parte va fatta per il morso di serpenti molto velenosi (in particolare mamba nero e vipere), evento  possibile dato il tipo di territorio (paludoso) e per le attivita’ quotidiane svolte sia dai bambini, che giocano in mezzo a campi dove i serpenti sono presenti, sia dalla popolazione adulta che in mezzo ai campi ci lavora. I casi si segnalano specie al termine della stagione delle pioggie. I fattori che contribuiscono all’elevata mortalita’ per questi eventi sono essenzialmente due: il primo e’ che, come in generale per tutte le malattie, spesso i pazienti non vengono subito in ospedale o non vengono mai, in quanto ricorrono in prima istanza a cure della medicina tradizionale assolutamente inefficaci e nella maggior parte dei casi si rivolgono alla struttura medica quando non e' piu' possibile fare nulla (alcuni casi delle persone decedute sono avvenuti quando il paziente e’ arrivato dopo 3-5 giorni dal morso) ed il secondo e’ legato sia al costo elevato (circa 90 euro ciascuno) sia alla enorme difficolta' nel trovare il siero antiveleno ed infine alla completa impossibilita ad eseguire trasfusioni di plasma, indispensabili per la complicanza piu'grave del morso di questi serpenti, ovvero la DIC (coagulazione intravascolare disseminata, che risulta mortale se non corretta con le trasfusioni in maniera tempestiva).

Per quello che riguarda i decessi avvenuti in questi mesi nell’ospedale, la maggior parte avvengono tra i pazienti di eta' inferiore ai 5 anni per malaria complicata: si segnala il loro netto incremento in corrispondenza dell' esaurimento delle sacche per le trasfusioni di sangue (per le quali vengono utilizzati come donatori uno dei genitori), avvenuto a fine settembre. Considerando che il trattamento di base previsto dall'attuale progetto antimalaria non variava tra i pazienti, cosi' come anche il trattamento di supporto di base, appare evidente come la mancanza del supporto trasfusionale aumenti la mortalita’ in questi pazienti..

 

 

Agosto

Settembre

Ottobre

Decessi totali

3

5

16

Casi di malaria complicata in generale / numero di casi in pazienti di eta’ inferiore ai 5 anni

26 / 22

31 / 24

35 / 26

Pazienti di eta’ inferiore ai 5 anni deceduti per malaria complicata

3

4

12

Numero di trasfusioni effettuate

20

8

0

 

Si sottolinea che i numeri riportati, non possono essere usati come “spia” assoluta delle problematiche della popolazione generale, in quanto la maggior parte della popolazione non si rivolge alle strutture sanitarie per le credenze e le usanze sopra riportate e che comunque, rappresentano la percentuale unicamente di chi e’ stato valutato in ospedale e non negli ambulatori distanti del distretto.

Descritta la situazione attuale, nel futuro piu’ o meno prossimo i progetti da realizzare appaiono di due tipi: uno di breve ed uno a lungo periodo. Le necessita’ piu’ immediate, riguardano la necessita’ di inviare all’ospedale sieri antiveleno di serpente (venduto a circa 90 euro ciascuno dalla ditta Aventis-Pasteur) e le sacche per le trasfusioni di sangue con i test di compatibilita’ del gruppo sanguigno e almeno quelli per il dosaggio degli anticorpi anti-HIV; per quanto riguarda invece i progetti a lungo termine, si vorrebbe cercare di attivare un  programma per la terapia dell’HIV.

Infatti, i dati finali dell’OMS riguardo al 2005, riferiscono che il numero di infetti a causa dell’HIV nell’Africa subsahariana sono pari a 25.8 milioni (di cui 3.2 infettatisi nel solo 2005) rispetto ai 610000 dell’Europa occidentale (di cui 21000 nel 2005) ed al milione di HIV positivi negli USA (di cui 44000 nel 2005). Tra le cause di mortalita’ in Africa (considerata globalmente), a seconda delle varie casistiche l’HIV e’ o la prima causa di morte (22.6% secondo dati WHO del 2001) o comunque tra le principali. Nella fascia di eta’ inferiore ai 15 anni, si stima che nel mondo esistano 2.2 milioni di pazienti positivi al virus di cui 1,9 in Africa. Un altro dato confermato ripetutamente, e’ che circa i tre quarti di tutte le persone positive per l’HIV nell’Africa subsahariana sono donne: cio’ comporta un netto aumento del numero di nuovi neonati positivi a causa della trasmissione materno-fetale. Quest’ultima via di trasmissione del virus colpisce fino al 40% dei neonati da donne infette, rispetto a meno del 10% in Europa e negli USA.

L’impatto sociale che l’HIV ha in tutta la popolazione e’ devastante: oltre ad essere ad evoluzione mortale in maniera piu’ rapida specie nei malnutriti, favorisce l’aggravamento di malattie come la tubercolosi e la malaria, causando una mortalita’ infantile elevatissima e la progressiva scomparsa di fascie di eta’ produttive (20-40 anni) riducendo la forza lavoro e le figure professionali, lasciando orfani spesso bambini che rimangono senza famiglia, in aree dove non esiste una assistenza sociale che possa intervenire loro a sostegno.

Considerando la natura inizialmente lenta della malattia che consente la diffusione dell’infezione in maniera silente, le tradizioni della popolazione locale che prevede la poligamia e le procedure di mutilazione genitale femminile (elementi che possono favorire la diffusione in generale delle infezioni a trasmissione sessuale, quindi anche dell’HIV), la mancanza assoluta di politiche di pianificazione familiare ed i parti spesso praticati a domicilio, dove il rischio di trasmissione materno-fetale dell’HIV e’ decisamente maggiore, risulta che se non si contribuisce al rallentamento della infezione, nei prossimi anni i numeri potranno solo incrementare.

L’OMS ha elaborato una serie di approcci ampiamente efficaci ed estremamente utili in popolazioni dei paesi in via di sviluppo: e’ ormai ampiamente dimostrato da multipli studi clinici, che esiste la seria possibilita’ di intervenire alla netta riduzione della trasmissione  ed alla cura della malattia, con costi intorno ai 600-1000 dollari/anno/persona.

Dal punto di vista personale, questa esperienza mi ha offerto la possibilita’ di immergermi in una mondo in cui lavorare venendo a contatto con mille realta’ difficili, complesse, lontanissime dagli standard abituali, piena di contraddizioni spiacevoli, ma anche terribilmente ricca di persone splendide (come le suore-infermiere dell’ospedale: un’po’ mamme, un’po’ “maghe”, eccezionali: spero di tornare presto per mangiare insieme la pasta all’italiana mentre mi fate sentire quella terrificante musica messicana! Spero che i miei saluti e un bacio a testa vi arrivino da qui!), di emozioni come i volti dei bimbi che ti aspettano al mattino nelle capanne, uscendone urlando il “Laaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaalèèèèèèèèèè” e seguendoti ridendo mentre vai in bici a lavorare, oppure ricca della voglia della gente di conoscerti, stimolata non tanto per il colore della tua pelle cosi’ strana in quella natura selvaggia e semplice, dove ogni cosa si adatta alle sue leggi e che mai ho sentito cosi’ vicina e “dentro”, quanto per le storie che ti vogliono raccontare del loro mondo e che tu puoi dire del tuo, mischiando le reciproche identita’ con la certezza di arricchirsi anche solo a sentire il suono delle parole, ad annusare il profumo del the’ che ti viene offerto come usanza agli ospiti (qualunque sia) sotto una capanna, a guardare quel mondo povero di mezzi, certo si sa, ma assolutamente ricchissimo di colori, di gesti tradizionali, di saggezze lontane, di occhi, di voglia di vivere, concretizzando semplicemente e naturalmente la vera interculturalita’.

 Spero veramente di poter andare avanti a concretizzare almeno qualcuno dei progetti in corso insieme a Lorenzo

Un saluto a tutti,

Livio

Postato da: hopital a 17:05 | link | commenti (1)

venerdì, 17 novembre 2006
Racconti orali.

Inserisco questi racconti, selezionati e tradotti dal francese da Rossella Rafele, perchè ritengo utile per chi si voglia avvicinare alla realtà ciadiana, il comprenderne anche la cultura, in questo caso veicolata dalla tradizione orale. Grazie di tutto Falans!

Mettiamo qui di seguito alcuni racconti orali ciadiani. Sono stati raccolti e trascritti da Peter Fuchs negli anni 1959, 1963-65 e 1996 presso gli Hadjeray, abitanti della prefettura del Guéra, nel Tchad centrale. Nell’ultimo soggiorno, Fuchs ha recepito il carattere ormai residuale che la tradizione della letteratura orale sta assumendo nella regione, per via della radio che ha sostituito la figura delle vecchie raccontatrici, e per via di guerre intestine che hanno sconvolto il paese negli ultimi quarant’anni. È per questo che hanno il sapore di racconti dimenticati…

La legge del più forte 

I sette figli della iena andarono al garmoulou per cantare e danzare davanti ai capi. Sulla strada incontrarono il figlio del leone.
- Vi accompagnerò, disse il leoncino.
- Va bene, risposero le iene.
Andarono da un villaggio all’altro, cantando e danzando. Al rientro, condussero con loro otto buoi.
- Come fare la spartizione dei buoi? Domandarono le iene.
- Molto semplice, disse il leoncino. Abbiamo otto buoi. Voi sette prenderete un solo bue, e io, che sono da solo,  prenderò gli altri sette; uno più sette da otto. Così saremo otto da ciascun lato. È una divisione equa.
Le iene rifletterono, poi dissero:
- Perché noi che siamo sette dovremmo prendere un solo bue, e tu, che sei da solo, dovresti prenderne sette?
- Ma si, gridò il leoncino con aria minacciosa, bisogna raggiungere la cifra di otto! Voi sette prendete un bue, il che da otto. Io, che sono da solo, prendo sette buoi, il che da ugualmente otto.
Le iene non erano d’accordo, ma avevano paura del leoncino e tacquero. Presero il bue e rientrarono.
Arrivate a casa, andarono a salutare il padre, che domandò subito:
- Eh bene, cosa portate con voi?
- Un bue, risposero le piccole iene.
- È tutto qui? Un solo bue?
- Si. Avevamo con noi otto buoi. Il figlio del leone ci ha accompagnate e ha preso sette buoi. Per noi restava un solo bue.
- Come? Gridò il padre furioso. Voi sette avete preso un solo bue  e lui, che era da solo, ha preso sette buoi? Andrò dal padre del leoncino e, noi adulti, faremo una spartizione equa! 
Prese il bue e si recò nella tenuta del leone. Trovò  il leoncino e gli domandò:
- C’è tuo padre?
- Si, dorme, rispose il leoncino.
- Sveglialo! Disse la iena.
- No, non lo sveglierò. Se lo faccio, si innervosisce. Se vuoi, puoi svegliarlo da te. È nella sua capanna.
La iena attaccò il bue a un albero ed entrò nella capanna. Il leone, che non dormiva, aveva ascoltato tutto. Quando la iena entrò, chiuse gli occhi.
La iena lo scosse e gridò:
- Ehi, amico mio, svegliati!
Il leone fece un balzo e si lanciò sulla iena terrorizzata.
Angosciata, la iena strillò:
- Non mangiarmi! Ti ho svegliato solo per regolare la spartizione dei buoi! Ho detto ai miei figli che avrebbero dovuto dare al tuo tutti i buoi: loro andranno a cercare altri regali. Vengo qui a portarti l’ottavo bue, affinché la spartizione sia equa.
- Se le cose stanno così, va molto bene, disse il leone, lasciando la presa.
Il leone chiamò suo figlio e gli ordinò:
- Metti il bue insieme agli altri!
Mortificata, la iena tornò a casa.
- Dov’è il nostro bue? Chiesero i suoi figli.
- Il leone stava per sbranarmi, è per questo che ho dovuto dargli il nostro bue, gemette il padre.
- Se fossi rimasto qui, avremmo avuto almeno un bue! Dissero le piccole iene.

Lolo

Molto tempo fa viveva a Moukoulou un uomo che aveva tre figli: una figlia, chiamata Lolo, una cornacchia e un cavallo. Un giorno l’uomo partì in viaggio. Prima di partire disse ai suoi figli:
- Guardate questo vecchio fico. Fin quando avrà molte foglie, siate felici. Se le perdesse piangete!
Dicendo queste parole partì.
Per molto tempo l’albero ebbe delle foglie ben verdi e i figli furono felici, essi danzarono e cantarono. Ma all’improvviso l’albero perse le sue foglie.
Il cane se ne accorse per primo. E cantò:
<<Fin quando l’albero aveva delle foglie verdi nostro padre era vivo. Ci disse di essere felici. Ora l’albero perde le sue foglie, vuol dire che nostro padre è morto>>.
I figli ascoltarono il canto del cane. Si misero a piangere e smisero di danzare.
Ma un giorno il padre tornò.
- Nostro padre è tornato, non è morto!  Gridarono i figli.
Il padre aveva portato un regalo per ogni figlio. Per la cornacchia, una sfera di pasta di miglio. Fece un buco nella sfera e la mise al collo della cornacchia. Per sua figlia Lolo una collana di perle di vetro, per il cavallo una collana di perle oblunghe, dello spessore di un dito. Tutt’e tre erano molto contenti.
- Andiamo a lavare i nostri gioielli al fiume, decisero i figli.
La cornacchia immerse appena la sua sfera di pasta di miglio nell’acqua, mentre Lolo e il cavallo lavarono le loro perle accuratamente. Dopo, misero i loro gioielli ad asciugare su una roccia. La sfera di pasta di miglio della cornacchia si disfece in briciole.
Vedendo le perle brillanti di Lolo, la cornacchia afferrò la collana e volò via. Lolo la inseguì. La cornacchia si appollaiò su un albero, ai piedi del quale dormiva un leone.
Lolo scorse il leone. Prese un ramoscello e scacciò le mosche dalla bocca del leone. Quando toccò il naso del leone, questi grugnì:
- Mmh, mmh, mmh, Lolo, da dove vieni? Che ci fai lì?
- La cornacchia ha rubato la mia collana di perle. Si è appollaiata su quest’albero, rispose Lolo.
- Chiudi gli occhi, io aprirò i miei. La cornacchia ha paura dei miei occhi, si spaventerà e lascerà cadere la collana, disse il leone.
- Io non chiuderò i miei occhi, ma apri pure i tuoi! Disse Lolo.
Il leone aprì gli occhi e guardò la cornacchia, con le fauci spalancate.
La cornacchia, terrorizzata, svenne e cadde nella bocca del leone. Che la divorò. Dopo rese le perle a Lolo:
- Lolo, ora che ti ho restituito le perle, andrai via? Domandò il leone.
- No, non andrò via, decise la ragazza.
L’indomani mattina il leone andò a caccia. Uccise un’antilope e diversi uomini. Mise una parte del bottino sulla schiena, trascinò il resto con i denti. Per annunciare il suo ritorno a Lolo, cantò.
Ma quando Lolo vide gli uomini uccisi, scoppiò a piangere.
- Perché piangi? Le domandò il leone.
- Non piango, è il fumo che mi dà fastidio agli occhi.
- Tu piangi per via degli uomini che ho ucciso; se non li mangerai li getterò nella savana.
Il leone afferrò gli uomini, si recò nella savana, dove li divorò. Quindi tornò. Domandò a Lolo:
         - Non vorresti mangiare l’antilope?
         - Non mangio carne cruda, ho bisogno di fuoco per cuocerla.
Il leone partì alla ricerca di fuoco. Giunse presso un campo, sorvegliato da uomini che ne tenevano lontane le faraone. Essi avevano acceso un fuoco e cucinavano del miglio. Il leone ruggì. Terrorizzati, gli uomini fuggirono. Il leone prese il fuoco, la legna, il pentolone e portò il tutto a Lolo.
Lolo mise a cuocere la carne dell’antilope. Poi mangiarono.
- È molto buona, disse il leone, d’ora in poi mangeremo sempre carne cotta.
- Io ti sposerò, aggiunse il leone.
- Ma non si può sposare una donna così! Disse Lolo. Occorre farle dei regali. Occorre offrirle degli abiti e dei braccialetti.
Il leone partì e si nascose presso una strada frequentata da commercianti. Arrivarono molti mercanti, con carichi di tessuti e gioielli. Il leone ruggì. Terrorizzati i mercanti lasciarono tutto e scapparono. Il leone prese le mercanzie e le portò a Lolo.
Lolo sposò il leone. Rimase incinta. Il leone costruì per la sua sposa un rifugio sull’albero. Ogni giorno le portava della carne da mangiare.
Un giorno, la scimmia che era andata nella savana a tagliare dell’erba per il suo cavallo, scorse Lolo sul suo albero e le rese visita. Lolo offrì al suo ospite della carne, del miele e della birra.
- Si sta bene qui, disse la scimmia, mi piacerebbe essere tuo servitore. Ritornerò.
La scimmia corse dal padre di Lolo e gli raccontò che aveva visto sua figlia. Il padre sellò il suo cavallo e la scimmia lo condusse all’albero di Lolo. Il leone era andato a caccia.
- Scendi Lolo! Intimò il padre.
- No, non scenderò, disse Lolo.
- Scendi! Disse ancora il padre.
- No! Non scenderò.
Il padre insistette, ma non poté convincere sua figlia a scendere.
Allora il cavallo si trasformò in un’acacia che perdeva la resina.
- Raccogli la resina, Lolo! Disse il padre a sua figlia.
Lolo obbedì. Saltò sull’acacia. Nello stesso istante in cui Lolo cominciò a raccogliere la resina, il cavallo riprese la sua forma originaria. Uno schiavo, salito sul cavallo, costrinse Lolo e, al gran galoppo, il cavallo condusse Lolo nella tenuta di suo padre.
Il padre sgozzò un bue e depose la carne, sorvegliata da una schiava, davanti al rifugio di Lolo, nell’albero.
- Puoi mangiare quanta carne desideri, ma non toccare le ossa. Quando il leone ritorna e canta, rispondigli!
Il padre andò via. La schiava mangiò la carne, e quando questa fu finita, anche le ossa. Un osso le restò nella gola.
Il leone ritornò dalla caccia e chiamò la sua sposa. Ma non ricevette risposta, perché la schiava, avendo l’osso in gola, non poteva parlare.
- Lolo, dove sei? Gridò il leone.
Un rantolo venne dall’albero. Il leone, inquieto, salì sull’albero, dove trovò la schiava.
- Non è la mia donna! Gridò. E uccise la schiava.
Scoprì le tracce del padre di Lolo e del cavallo, e le seguì.
Arrivato alla tenuta del padre, gli disse:
- Perché hai rapito la mia donna?
- Lei è mia figlia e mi appartiene fino a quando qualcuno non pagherà il prezzo di matrimonio.
- Lasciamela. È incinta. Pagherò il prezzo di matrimonio.
- Bene, disse il padre.
Il leone ritornò con trentacinque pagnes. Il padre accettò.
- Condurrò la tua donna da te domani, disse.
Il giorno seguente, il leone attese la sua sposa ai piedi dell’albero. Ma il padre inviò i suoi guerrieri e questi lo uccisero.
Lolo rimase nella tenuta di suo padre. Egli le donò un amuleto, intrecciato con i suoi stessi capelli, e grazie a questo amuleto Lolo ebbe un bambino e non un leoncino.
Il bambino crebbe. Un giorno andò con gli altri bambini del villaggio a fare un bagno al fiume.
- Ciascuno dirà il nome di suo padre e di sua madre, dissero i bambini.
Tutti i bambini dissero i nomi dei loro genitori. Il figlio di Lolo non conosceva che il nome di sua madre.
- Sei cattivo: non vuoi dire il nome di tuo padre, gridarono gli altri bambini e lo colpirono.
Il bambino corse da sua madre e le domandò:
- Non conosco che te, madre mia. Tutti gli altri bambini hanno anche un padre. Chi è mio padre?
- Sei troppo giovane per capirlo, rispose Lolo.
Quando suo figlio divenne un ragazzo, Lolo gli donò l’amuleto che suo padre le aveva dato prima del parto e gli disse che era il figlio di un leone.
Un giorno i ragazzi andarono ancora a fare un bagno al fiume.
- Ciascuno dirà il nome dei propri genitori, dissero.
Tutti dissero il nome del proprio padre e della propria madre.
Quando fu il turno del figlio di Lolo, questi gridò:
- Mia madre è Lolo, mio padre è il leone.
Si mise ruggire e si trasformò in leone. Colpì gli altri ragazzi, che scapparono verso il villaggio.
Il figlio di Lolo corse verso l’albero di suo padre, ci saltò su e rimase acquattato. Quando un’antilope si avvicinò, saltò dall’albero e la trascinò fino al villaggio. Uccise l’antilope ai piedi di sua madre, poi tornò per sempre nella savana.

 

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Da Lorenzo Mancini, farmacista

LORENZOSettembre 2006

Per prima cosa Lapia a tutti! Voi, se volete cominciare a parlare un po’ di Gulai, dovrete rispondere “Lalè”. Questo sicuramente non basterà (sono più di 120 le etnie e i rispettivi linguaggi in Ciad, più la lingua ufficiale, il francese) ma potrà aiutare a rompere il ghiaccio con le persone che incontrerete nei pressi del villaggio di Donomanga.

Come detto, io sono un farmacista di Roma che ha lavorato all’ospedale S. Michel nel luglio del 2006. La mia esperienza è dunque molto limitata, sebbene sia stata vissuta intensamente e mi abbia lasciato la voglia di tornare in questo continente così problematico e allo stesso tempo affascinante: la sensazione è di avere cominciato un puzzle fatto di tante contraddizioni  che devi tentare in qualche maniera di mettere assieme; un gioco in cui ancora una volta, il cercare la soluzione è più importante che trovarla.

Il mio compito era quello di occuparmi delle attività della farmacia e alla fine posso dire di aver fatto un po’ di tutto: il magazziniere, il tecnico informatico, l’assistente, il farmacista, il cuoco (da brevettare la pizza ciadiana!) a seconda della situazione. Inoltre, come forse saprete, grazie all’aiuto del Dr. Fattori, del Dr. Uroda e di tutti i farmacisti delle cooperative che hanno contribuito abbiamo organizzato una raccolta di farmaci (siamo arrivati a 140KG!, oltre le più rosee aspettative) che sono stati cominciati ad utilizzare pressoché al loro arrivo. La farmacia diocesana è stata attrezzata di un computer, e per quanto ho potuto (ho appreso il francese due mesi prima di partire e mastico un po’ di spagnolo), ho insegnato alle sorelle messicane che la gestiscono l’utilizzo di  programmi di organizzazione di Database quali Access e Excel. L’ amministrazione della farmacia è infatti un punto focale affinché l’ospedale possa continuare la sua opera: essa deve essere gestita con criteri razionali ed evitando gli sprechi, immaginando i bisogni che la struttura avrà per l’arco dell’ intero anno (beh gli ordini dei medicinali non sono così frequenti come in farmacia da noi..). L’ospedale che ha  aperto le sue porte nel marzo2006  è infatti in una situazione di evoluzione continua, ed è importante aiutarlo crescere bene ora, per garantirgli un futuro di autosufficienza. Esso dovrà essere piano piano preso in carico dal personale locale e in avvenire  si dovrà sostenere con le risorse che il paese ha (al momento scarsissime): è una strada lunga e difficile ma è l’unica percorribile nell’ottica di uno sviluppo sostenibile. Il progetto è ancora più ambizioso se si pensa che il S. Michel dovrà andare a coordinare e rifornire  tutti i  Centre de Santè (una sorta di dispensari presenti nei villaggi più sperduti) della diocesi di Lai. Ciò che penso è che potrebbe nascere una bellissima collaborazione tra i farmacisti italiani e l’ospedale S. Michel, d’altronde i progetti da realizzare sarebbero tantissimi: preparazioni galeniche per abbassare i costi, applicazioni della fitoterapia (le foreste africane sono vere e proprie farmacie a cielo aperto!) , formazione del personale locale su argomenti specifici, metodi di gestione delle risorse (noi farmacisti ne abbiamo una certa pratica), educazione all’ igiene e all’utilizzo dei farmaci nei villaggi, nonché al importante ruolo di supporto per il personale medico specializzato e non. Quello che serve è un pò di capacità di adattamento; la voglia di mettersi in gioco ed accettare uno scambio con una cultura completamente diversa(fare  il primo passo è la cosa più difficile bisogna  destrutturare l’idea-archetipo di un Africa come molti la immaginiamo qui in Italia e non solo: LAfricadidiamounamanoallAfricadellamammaAfricadelmaldAfricadelleguerrainAfrica

delcertocheinAfricadelmòmenevadoinAfrica; quest’Africa non esiste, serve solo a semplificare, come una definizione  letta su un dizionario. Personalmente quello che ora  so è di non sapere. E’Il mio primo pezzo di puzzle...), la conoscenza del francese e un po’ di spirito avventuroso: la condizione delle strade è pessima, soprattutto durante la stagione delle piogge; sono necessarie vaccinazioni per febbre gialla(obbligatoria), meningite, epatite A, tifo, tetano (consigliate) nonché la profilassi antimalarica; l’ospedale è dotato di radio ma non di telefono(che troverete a 80Km a Lai). Per  avere ulteriori informazioni sulla situazione attuale dell'ospedale cliccate sul  link della diocesi di Lai, dove opera l’attivissimo vescovo Miguel Sebastian Martinez, nonché padre Marco Vailati, che per primo contattò i farmacisti italiani e Rosanna Cavarero, il cui impegno laico è veramente incredibile.

Un saluto a tutti e in particolare a Livio Colombo, medico di Milano e prossimo cooperante all'ospedale S. Michel de Donomanga. In bocca al lupo.

 Lorenzo

lollami@hotmail.it

 

 

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venerdì, 18 agosto 2006
Da Gatyam Djimadoum, infermiere

DJIMADOUM Mi chiamo Gatyam Djimadoum e sono nato verso il 1982 a Ngamondjo nella sottoprefettura di Koumogo, località nel sud del Tchad. Ho fatto i miei studi primari alla scuola ufficiale di Ngamondjo, il mio villaggio natale; ho terminato il primo ciclo a Bedaya e il secondo ciclo a Sarh, all’ epoca una delle 14 prefetture. In seguito sono entrato a l’ Ecole de Santè di Goundi (ESG) il 3 febbraio 2004 dopo la mia licenza liceale "D" sessione di giugno, centro di Sarh. Sono dunque uscito con il diploma di operatore tecnico della sanità (ATS) il 19 Ottobre 2005. Attualmente svolgo la mia professione all’ospedale Saint Michel de Dono-manga, un centro medico cattolico iniziato dal nostro caritatevole vescovo di Lai Mons. Miguel. Ora ho il piacere di prendere questo intervallo di tempo per condividere i miei pensieri con tutti gli uomini di carità, senza eccezioni.
"Signori, ho l’ onore di chiedere alla vostra grande benevolenza di dare una mano a questo giovane ospedale in qualsiasi modo possiate per alleviare la situazione sanitaria della popolazione del Tchad e in particolare di quella del distretto di Dono-manga.
L’ ospedale ha infatti delle necessità oggigiorno pressoché illimitate, che sono le seguenti:

1- Materiale
L’ospedale dispone di un blocco operatorio privo però di buon materiale per operare. Serve dunque
- Dei kit (boites) per operazioni addominali
- Tutto l’occorrente per operare le ernie
- Degli apparecchi di rianimazione (in generale)
- Dei kit per amputazioni
E’stato constatato che molti casi che arrivano all’ospedale sono spesso irrecuperabili, il che è dovuto anche alla mancanza di informazione, di educazione , e di comunicazione ( cioè che viene qui chiamato IEC). L’ospedale non ha i mezzi per farle: pensate che la maggioranza delle zone di responsabilità del distretto sono tra i 30 e gli 80 Km.
- Test (le lobivons) per il dosaggio dell’emoglobina in caso di anemia (grande complicazione della malaria)
- L’ apparecchio per il test della glicemia (sono numerosi i pazienti che arrivano in ospedale in stato di choc)..

2- Medicinali
- Il siero antiveleno( da 3 a 7 casi a settimana di morsi di serpenti di diverso tipo).
- Il siero antirabbico ( più di 10 casi di morsi di cani rabbiosi per anno)
- Gli antiretrovirali, l’apparecchio CD4 e i kit per il riconoscimento del SIDA (il secondo problema sanitario dopo la malaria qui in Tchad)
- Tutti i medicinali essenziali generici

3- Personale
L’ospedale non dispone di molto personale qualificato. Un medico e sette infermieri sono al momento in attività.

4- Bisogni finanziari
Una canzone recita “tutto cambia e tutto si evolve”. Per analogia, la capacità intellettuale deve accrescersi , la conoscenza si deve evolvere. L’operatore sanitario come tutti i servitori devono essere formati e si devono formare continuamente perchè le cure date devono essere cure di qualità. Le istituzioni non riescono a fare fronte a questa responsabilità. Mancano i mezzi per una buona “prise en charge” del personale curante: vi invito un istante a immaginare, miei cari, come si possono aiutare due persone che hanno quotidianamente gli stessi problemi?

E ci sono molte altre cose che sarebbero necessarie per un ospedale come quello di S. Michel de Dono-manga oltre a quelle già citate, non ultimo un qualche mezzo come una macchina fotografica per poter documentare le attività dell’ospedale.
Nella volontà di rendere concreta la mia attività professionale e di dare valore alla nostra vocazione di “risolvere entro le nostre competenze, i problemi sanitari della comunità”, spero che condividiate l’espressione dei miei più sinceri sentimenti".

Fatto a Donomanga il 26 luglio 2006 da

GATYAM DJIMADOUM



Postato da: hopital a 14:54 | link | commenti

Da Suor Mercedes (infermiera, reparto maternità)

mercedes Sono membro della Congregazione Figlie del Sacro Cuore di Gesù, di origine messicana, e insieme a suor Sara e suor Eve, facenti parte della medesima comunità, sono stata chiamata lo scorso anno a lavorare per l’ospedale S. Michel nel villaggio di Dono-manga  nel sud del Tchad da Mons. Miguel Sebastian Martinez, vescovo della diocesi di Lai. à dell’ospedale. L’ospedale ha aperto le sue porte nel mese di marzo di questo anno, con più animo di servire che personale e medicinali. Abbiamo incontrato alcune difficoltà, dal momento che sono molte le carenze che dobbiamo affrontare:
1) Quelle proprie di questa regione e di questo paese: la mancanza di trasporti, di vie , di mezzi di comunicazione che rende difficili la nostra relazione con l’esterno e ritarda gli aiuti e l’arrivo delle richieste di materiale ospedaliero e dei farmaci, che vengono dall’estero in quanto il paese non è sufficientemente attrezzato da un punto di vista sanitario per poter soddisfare le nostre richieste.
2) Quelle proprie dell’istituzione ospedaliera: la mancanza di medici (ce n’è uno solo e essendo il medico del distretto a volte deve assentarsi dall’ospedale), il personale appena sufficiente(tre infermieri, una levatrice, noi tre della congregazione che ci occupiamo dell’infermeria, il personale amministrativo ), la carenza di medicinali e di materiale ospedaliero.

Tra tutte queste difficoltà l’ospedale ha comunque aperto i reparti di pediatria, maternità, medicina generale e chirurgia; ora il nostro scopo è far in modo che esso sia sempre più funzionale e autosufficiente, sia per quanto riguarda apparecchiature e farmaci, sia per quel che riguarda la formazione del personale. Al momento però abbiamo bisogno della vostra collaborazione e del vostro sostegno. Come comunità religiosa e a livello personale, questo progetto rappresenta una sfida: dividere con la gente le sue difficoltà quotidiane e allo stesso tempo dare un pò di speranza a queste persone che vivono la sofferenza come qualcosa di normale è per noi una grande esperienza umana ed evangelica. Il vivere quotidianamente la morte di bambini, le malattie, e la fame impediscono a questa popolazione di immaginare un futuro differente, il che mi rende ancora più convinta  che solouno sforzo collettivo possa cambiare questa realtà.


Suor Maria Mercedes del Sacro Cuore

Postato da: hopital a 14:38 | link | commenti

Da Suor Eve (infermiera, reparto pediatria) e Suor Sara (infermiera, reparto medicina)

SARAEVEApprofittando di questo nostro nuovo mezzo di comunicazione che abbiamo a disposizione dall’ arrivo di Lorenzo, salutiamo nel cuore di Gesù  voi lettori del blog innanzitutto, augurando a voi e ai vostri cari tutto il bene possibile.

 Ringraziamo chi ci ha già sostenuto  per la generosità , l’ appoggio, l’aiuto dato all' ospedale  S. Michel; abbiamo ricevuto i medicinali raccolti dai farmacisti delle cooperative Romane  e già li stiamo gia utilizzando: da parte nostra possiamo solo esprimere la nostra gratitudine esortandovi a continuare con il vostro appoggio.

Per quanto riguarda la nostra esperienza, possiamo dire che vivendo a contatto con la popolazione africana, e in particolar modo da ormai un anno con quella  di Dono-manga, abbiamo potuto vedere e vivere delle differenze inevitabili tra la nostra cultura e i nostri valori e i loro, il che ci hanno spinto a riflettere per trovare la maniera, non sempre facile, di arrivare a un punto di incontro e a  un terreno comune nel rispetto dell’altro per svolgere la nostra missione al meglio. Qui la realtà  quotidiana, spesso illogica ai nostri occhi, è fatta di carenza di acqua , di luce, di trasporti, di comunicazione il che è poi legato a doppio filo alla scarsa igiene, alla malnutrizione, alle malattie (malaria e le sue complicazioni , tubercolosi, HIV, numerosi casi di bambini morsi da serpenti), il cui diffondersi può essere a volte favorito dalla poligamia che è parte della cultura locale e spesso causa, insieme alle differenze religiose, problemi tra le etnie.

In questa situazione complessa, grazie anche a differenti benefattori  tra i quali i farmacisti italiani, l’ospedale a cominciato ad operare nel territorio e a poco a poco le sue attività stanno prendendo forma. Ad esempio abbiamo un gruppo elettrogeno e pannelli solari grazie ai quali funzionano diversi apparati ( la camera operatoria, gli sterilizzatori, gli aspiratori , l’ ecografo) e aspettiamo che prossimamente entri in funzione l’ apparecchiatura RX; anche la  farmacia comincia ad essere equipaggiata con più medicinali, utilissimi ma ancora non sufficienti per affrontare un ampia gamma di patologie.

Tutto questo fa parte della vita dell’ospedale alla quale vi invitiamo a partecipare con il vostro appoggio e  perché no, anche facendo una piccola esperienza qui come il nostro amico Lorenzo. E’ questo ciò che si può chiamare davvero “Manos Unidas” ,ovvero l’unione delle forze per una buona causa.

 

Dio benedica il vostro lavoro e la vostra vita,

sperando di rimanere in comunicazione con le nostre preghiere e la nostra amicizia,

 

Suor Everilda Lopez y Lopez

e

Suor Sara Cecilia

 

 

 

Postato da: hopital a 14:12 | link | commenti

lunedì, 26 giugno 2006
Da Lorenzo Mancini, farmacista

LORENZOBuongiorno a tutti, sono Lorenzo Mancini , un farmacista di Roma venuto a sapere tre mesi fa, tramite l’ UCFI, del progetto di costruzione di una farmacia  all’ interno del complesso ospedaliero St Michel de Dono-Manga , inaugurato nel marzo del 2006. Desideroso di conoscere una realtà e un mondo totalmente diversi dal mio quotidiano, ho deciso di partire il 3-luglio per il Tchad, e dare così anche io il mio piccolo sostegno a questa iniziativa.

 Operano sul posto, insieme alla popolazione locale, i missionari comboniani, noti per la loro efficace rete organizzativa e per la loro capacità di affrontare contesti difficili come quello della realtà ciadiana; tra questi Padre Marco Vailati è stato  colui il quale mi ha fornito le informazioni necessarie per prepararmi a questa esperienza e mi ha istruito sui compiti che sarei andato a svolgere.

L’ospedale si trova nel sud-ovest del paese a 400km dalla capitale Ndjamena e  a 80 km da Lai (prima città realmente reperibile sulla cartina) nella quale si trovano la diocesi e il collegamento internet e telefonico più vicino (l’ospedale ne è per il momento sprovvisto); il mio compito sarà quello di gestire un magazzino di farmaci, inserirli in un database, rendere il loro utilizzo corretto, di facile e immediato accesso; con la collaborazione delle quattro cooperative romane e dei farmacisti della provincia di Roma abbiamo inoltre portato a termine  una raccolta dei medicinali  ritenuti di  prioritaria importanza dallo chef medicin del St.Michel, e si è provveduto ad acquistare un portatile (che ancora mancava). Poi, come dice Padre Marco “Bisogna portare pazienza, le cose che ci sono da fare le scoprirai giorno per giorno...e impara che anche questa è l’Africa!”. I progetti sono tanti: studiare la possibilità di creare un piccolo laboratorio per le preparazioni galeniche, che abbasserebbe di gran lunga i costi di acquisto dei medicinali (ma vanno ponderate le condizioni di conservazione e di “sterilità” delle sostanze, come anche i macchinari da portare …); creare un piccolo orto dei semplici (data la spontanea compliance per la medicina naturale in molti paesi dell’Africa subsahariana) con la coltivazione di piante quali l’artemisia varietà Anamed 3 , la cui tisana si sta sperimentando ora anche in questo continente  (ma in Cina a si usa da sempre) come efficace  rimedio antimalarico virtualmente a costo zero;documentare a fondo l’attività dell’ospedale con fotografie e un piccolo diario per portare una testimonianza che invogli altre persone a partecipare a questo progetto.  In ogni caso, poiché sarò il primo farmacista ad andare, spero di essere una sorta di “apripista” e dunque di poter essere utile ad altri colleghi che come me desiderassero fare tale esperienza. Il passaparola potrebbe essere uno strumento fondamentale per questo bel progetto in un paese che i media ufficiali ignorano, nonostante sia teatro di  ordinarie emergenze umanitarie: la visibilità che in qualsiasi maniera si riuscirà a dare all’ospedale  di Dono-Manga corrisponde alla possibilità concreta che una cooperazione non estemporanea possa essere realizzata, garantendone dunque la sopravvivenza. La creazione di questo blog, per la cui grafica  (e non solo!), ringrazio il mio amico Marco Rotolo, si propone di essere un piccolo ponte tra l'italia e il Ciad. Beh, adesso tocca concludere questo post  con una piccola riflessione, come il più classico dei finali…Si dice che in Africa si trovino le risposte al senso ultimo delle cose. A me basterebbe trovare delle buone domande: le domande giuste, quelle che dovrebbero spingerci nella nostra ricerca di vita.  L’ idea di andare in Ciad è nata da questa sensazione: l’aver sentito che la mia esistenza e la mia professione non sono delle monadi  isolate da tutto, ma la loro intima essenza è il contatto e il confronto con “l’altro”, anche al di là  della soglia fisica della mia farmacia. “Nessun uomo è un isola” diceva John Donne e ripeteva Bon Jovi: per me questa frase non è mai stata vera e illuminante come adesso.

Un saluto cordiale,

 

Lorenzo.

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